São Mateus, 10 luglio 2025
- Chiara Speziale
- 15 lug
- Tempo di lettura: 5 min
Venerdì, nella per noi piuttosto astrusa denominazione dei giorni della settimana, qui è "sexta-feira": il sesto giorno dopo la domenica.
Con la consueta inventiva, i Brasiliani hanno coniato il termine "sextar": godersi il fine settimana. Ci vuole poco per fare festa: degli amici, un po' di musica, una birra e tanta allegria.
Per noi, questo fine settimana ha rappresentato una profonda immersione nel mondo, ancora in parte sommerso, della capoeira.
Sono state tre intensissime giornate organizzate con grande impegno dal nostro amico Rogerio, antico borsista ed attuale educatore del Centro Reconstruir a Vida, bravissimo percussionista, contramestre di capoeira col nome di Bogus. Sì, perchè i maestri di capoeira assumono un nome che possiamo ben definire "di battaglia"; non tanto perché la capoeira è originariamente ed innanzi tutto una forma di lotta, quanto perchè fino a non molti decenni fa costituiva un'attività severamente proibita e ferocemente perseguitata. Così coloro che la praticavano dovevano nascondere la propria identità. Oggi non sussiste più questa necessità, ma permane l'uso dello pseudonimo, che non risponde soltanto al mantenimento di una tradizione - cosa, per altro, di grandissimo valore per gli Afrodiscendenti - ma sottolinea la dimensione di fortissima resistenza culturale di questa complessa

manifestazione, che unisce, al di là dell'aspetto spettacolare - in realtà il più superficiale - numerose e più essenziali dimensioni. Partecipare - in un certo senso da protagonisti ed unici bianchi - a questo incontro in cui sono confluiti numerosi maestri tra i più famosi del Brasile venuti con i loro gruppi anche da molto lontano, ha rappresentato per noi un grande onore ed un riconoscimento significativo.
La capoeira è strettamente intrecciata alla storia della schiavitù e, più in generale, alla presenza dei Neri in Brasile. Creata come forma di lotta dagli schiavi per potersi difendere dalla violenza dei "feitores" - aguzzini al servizio dei padroni - e, soprattutto, dai "capitães do mato", i feroci cacciatori di schiavi che al comando di bande armate davano la caccia ai fuggiaschi, per riconsegnarli al padrone che li avrebbe sottoposti a crudelissimi tormenti pubblici. La loro spietatezza era proverbiale; si adornavano con collane fatte con le orecchie degli schiavi catturati: più lunga la collana, più alte le loro quotazioni e più consistente la ricompensa. La fuga rappresentava per gli Afrodiscendenti l'unica possibilità di riscatto e molti - uomini e donne - la affrontavano, correndo enormi rischi, sofferenze e difficoltà. Costituiva, per i signori, la più grave minaccia al sistema schiavistico, fondamento e struttura portante del Brasile coloniale. Si è quindi combattuta una vera e propria guerra, durata non meno di tre secoli ma sostanziamente ignorata - i libri di storia non ne parlano - tra padroni e schiavi, tra Bianchi e Neri. Guerra violenta e sanguinosa, ma anche ricca di inventiva e creatività da parte degli schiavi, che preparavano accuratamente - a volte per anni - la fuga, anche per assicurasi possibilità di sopravvivenza una volta raggiunto un luogo sufficientemente remoto, cioè nel cuore della foresta.
Uno degli espedienti, ad esempio, utilizzati dalle donne - il ruolo femminile in tutta questa vicenda è tanto importante e multiforme quanto misconosciuto - era nascondere nelle loro acconciature strettamente intrecciate - le "tranças" - vari tipi di semi, che avrebbero consentito di dar vita a coltivazioni per alimentare il "quilombo": vilaggio africano in un'area disboscata.
È in questo percorso di resistenza e di affermazione che si inserisce la capoeira. Lungi dall'essere un mero esercizio atletico, costituisce una complessa attività collettiva in cui confluiscono moltissimi elementi, culturali e spirituali.
Li ha messi bene in evidenza il maestro "Macaco", figura di grandissimo rilievo e carisma, assoluto protagonista di queste tre giornate. Tantissime cose ci hanno colpito in lui, a cominciare dal nome. "Macaco" è il termine massimamente spregiativo che viene utilizzato dai razzisti brasiliani - infelicemente quasi tutti i Bianchi - per offendere i Neri. Chiamandoli "macaco" - scimmia - intendono negarne l'umanità: non sei una persona ma un animale; tra me e te c'è un abisso incolmabile; non abbiamo niente in comune: apparteniamo a due specie diverse.
Assumere come pseudonimo questo termine normalmente - e purtroppo assai frequentemente - utilizzato come pesantissima offesa, riveste un preciso significato. L'ho sottolineato nel mio intervento. Il maestro ha così inteso rovesciare l'insulto, svuotarlo, trasformarlo in affermazione del valore della propria identità di Afrodiscendente, assunta in tutta la sua forza culturale e spirituale.
Su queste dimensioni ha ripetutamente insistito; con una grande capacità comunicativa ed efficacia pedagogica che abbiamo molto ammirato. Ragazzi,ragazze, adolescenti ed adulti, tutti pendevano incantati dalle sue labbra senza perdere una parola.
Il maestro Macaco - coinvolgendo attivamente tutti i presenti - ha saputo molto efficacemente evidenziare i molteplici linguaggi che si fondono armoniosamente in questa pratica, che richiede forza e grande abilità tecnica - frutti di un costante ed intenso esercizio - ma anche grande senso del ritmo. La capoeira è infatti un combattimento che sembra una danza per i movimenti armoniosi ed è accompagnata dal suono di strumenti musicali di origine africana:

Aatabaque - un grande tamburo - berimbau - un arco di legno cui sono fissate una corda metallica ed una zucca cava che funge da cassa risonanza -, pandeiro - una specie di tamburello. Tutti i partecipanti si dispongono in circolo: "a roda" - la ruota.

Questo è essenziale: la capoeira è sempre momento collettivo cui tutti partecipano; ciascuno con le proprie capacità e competenze senza che alcuno venga escluso La dimensione comunitaria è fondamentale e non si limita ai vivi: include - e questo è ancora più fondamentale - i defunti: gli antepassati che hanno trasmesso vita e conoscenze e che continuano ad essere presenti nei loro discendenti.

Questa è l'ancestralità, valore supremo della cultura e spiritualità africane, che in definitiva consiste nell'affermazione dell'università della Vita: processo unitario, continuo ed ininterotto che lega tutti gli esseri e le forme dell'Universo. Questo esprimono e celebrano i canti che accompagnano e scandiscono ogni momento di questa che è una vera e propria celebrazione di profonda spiritualità. Per lo più sono per noi di difficile comprensione, per l'abbondanza di termini e riferimenti simbolici africani. Uno dei giovani maestri ha però proposto un testo nuovo - probabilmente di sua creazione - che ci ha particolarmente colpito:
"A, e, i, o, u: amizade, esperança, irmãos - fratelli -, orações, união. E a capoeira no coração".
Nella sua semplicità, riassume bene i valori di questa ricca espressione culturale.

Per i nostri ragazzi, queste giornate hanno costituito un esame. I maestri e le maestre venuti da lontano hanno verificato nella pratica l'abilità e la competenza di ciascuno, certificandole con l'attribuzione di un "cordão" - una corda che funge da cintura - i cui differenti colori indicano il livello raggiunto.
È stato per noi commovente e gratificante osservare la serietà, l'ordine, la disciplina, la tenacia con cui questi ragazzini e ragazzine - cresciuti nei vicoli angusti, maleodoranti e malfamati delle favelas - si sono impegnati senza risparmio, dimostrando quanto sia importante, per ciascuno di loro, partecipare alle attività proposte dal Centro; soprattutto quelle che ne valorizzano e riscattano radici ed identità.



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